La voce dei soci - Intervista a Luigi

20 novembre 2020
La voce dei soci - Intervista a Luigi


Continuiamo la nostra rubrica “La voce dei soci” presentandovi l’intervista dedicata a un membro del nostro staff. Luigi è un accompagnatore turistico giovane e appassionato che si dedica principalmente alla creazione di itinerari e all’accompagnamento dei nostri soci durante i viaggi. Abbiamo voluto dare la parola a lui per farci spiegare i passaggi necessari alla creazione di un viaggio accessibile e soprattutto per farci comprendere meglio il valore aggiunto di un’esperienza del genere.  


Al Museo di Storia Naturale di Berlino, Luigi accompagna una socia all'esplorazione tattile di un cranio di brachiosauro

Ciao Luigi! Puoi raccontarci un po’ di te e di cosa ti occupi per La Girobussola?

Ciao, io sono Luigi e sono nato e cresciuto a Bologna. Ho vissuto però molto tempo all’estero dove ho fatto una serie di lavori che, in qualche modo, mi hanno aiutato ad affinare delle abilità che già avevo: parlare le lingue straniere, fare da guida, occuparmi del Servizio Clienti, insegnare…Non mi sono fatto mancare nulla! Da lontano ho sempre guardato il lavoro di Marta (Giacomoni, fondatrice, ndr) e tornato a Bologna, dovendomi reinventare per l’ennesima volta, ho trovato nelle attività de La Girobussola una sorta di lavoro totale, che riuscisse a farmi esprimere appieno tutte queste capacità e passioni che avevo acquisito nel corso del tempo. Dalla logistica, al parlare le lingue, dalla narrazione, all’assistenza alle persone… tutto mi è stato utile. Io e Marta ci conosciamo da quando siamo ragazzini, e appunto vedevo nel suo lavoro con l’associazione un progetto ammirevole. Mi ci sono avvicinato un po’ per gioco, chiedendole se avessero bisogno di un traduttore per un loro viaggio in Portogallo. Lei mi rispose di no ma che in realtà c’erano un sacco di altre cose da fare, e così pian piano sono entrato a far parte del team. All’inizio, essendo una piccola ONLUS, nessuno di noi aveva un ruolo ben definito: facevamo tutti un po’ di tutto. Quindi in questi anni mi sono occupato di tantissime attività: dalla compilazione del sito, alla scrittura di newsletter, dalla raccolta di informazioni su enti turistici italiani ed esteri o di assistenza ai non vedenti, fino alla creazione, organizzazione ed esecuzione di itinerari. Quest’ultima è adesso la mia attività principale, quella che mi occupa più tempo. Purtroppo, con la condizione sanitaria attuale ci troviamo fermi da questo punto vista e stiamo puntando di più sulla formazione. Però, per me, l’accompagnamento durante gli itinerari rimarrà sempre l’attività vocazionale per eccellenza!

Qual è l’ultimo viaggio che hai curato?

L’ultimo itinerario che ho curato è stato quello a Genova. È stato un itinerario davvero molto bello, salvato in extremis perché doveva partire inizialmente in primavera, ma poi a causa del Covid, è stato giustamente rimandato. È partito poi ad ottobre con due viaggiatori. Ma le disavventure non sembravano finire lì purtroppo… Il viaggio rischiava comunque di nascere sotto una cattiva stella, diciamo: era stata diramata un’allerta meteo. Fortunatamente, il maltempo ha risparmiato la città e complice anche il fatto che i nostri viaggi siano sempre abbastanza flessibili - perché pensati per adeguarsi alle esigenze individuali del viaggiatore e alle circostanze particolari - siamo riusciti a svolgere il programma e fare una bella vacanza! Il viaggio è stato interessante soprattutto grazie all’incontro con altre realtà associative, l’itinerario nasce infatti da diverse liaisons. Con la Libera Collina di Castello, che non è propriamente un’associazione ma è un collettivo che gestisce uno spazio storico occupato: sono educatori, architetti e ingegneri che si prodigano per ridare vita alla zona della collina di Castello, un’area abbandonata del centro storico di Genova e sventrata dai bombardamenti, che ha rivelato un patrimonio archeologico notevole (visto che era il primo insediamento della città medievale). Abbiamo poi collaborato con l’associazione Code War: anch’essa cerca di ridare vita a uno spazio semi-abbandonato, l’ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, in cui tanto l’ASL quanto gli utenti vengono coinvolti nei festival musicali e artistici organizzati dall’associazione. Qui abbiamo potuto fare una visita guidata di questa realtà molto affascinante, non solo dal punto di vista sociale e artistico anche dal punto di vista architettonico. C’è stata pure l’associazione di volontari di Santa Maria di Castello, che ci ha permesso di fare una visita tattile interessantissima ai marmi della chiesa, creazioni di scuola genovese del Quattrocento. Ciliegina sulla torta, l’incontro con Lidia Schichter, una guida turistica genovese che avevo già avuto il piacere di conoscere, e che ci ha fatto esplorare il Museo del Mare e la Villa Durazzo Pallavicini. Lidia ci ha condotti attraverso delle visite sensoriali estremamente curate e realizzate con tanta passione. Lei stessa, in collaborazione con l’UICI e l’Istituto Chiossone di Genova, ha curato molte attività e supporti per non vedenti: le mappe tattili al Porto Antico e a Castelletto, ad esempio, con dei bellissimi panorami della città.

Le collaborazioni con altre associazioni in sostanza sono la nostra vocazione: tendiamo a sviluppare itinerari in territori che conosciamo bene o dove possiamo fare affidamento su una solida rete di contatti, in modo che chi viaggia con noi possa scoprire i luoghi dal punto di vista di chi li abita e ci vive realmente. In un’ottica, dunque, di turismo responsabile: ci coordiniamo con le realtà locali sia per i viaggi in Italia sia per quelli che facciamo all’estero. L’idea è quella di andare in un posto e comprenderlo, non trattarlo come un oggetto di consumo.

Come mai hai scelto Genova?

Ho sempre desiderato fare un itinerario a Genova perché è una città di cui sono sempre stato follemente innamorato. L’ho visitata diverse volte negli ultimi anni, anche per incontri un po’ casuali, ed è un luogo in cui ho sviluppato diversi contatti, che poi si sono rivelati utili nel progettare il nuovo itinerario.

Quali sono i passaggi da compiere prima di proporre un nuovo itinerario ai soci?

La progettazione, come accennato già prima, nasce innanzitutto da un rapporto precedente con il luogo e dalla sua conoscenza profonda, anche delle persone che operano in quel territorio. La prima cosa da fare sicuramente è una cernita delle attività da svolgere e già predisposte in termini di accessibilità culturale. Questo può essere ovviamente più facile in una città come Berlino - che è stata nostra meta di viaggio e anche il primo itinerario che ho curato per La Girobussola - in cui le opportunità, i percorsi tattili e le iniziative accessibili sono tante. Invece la stessa operazione di ricerca può rivelarsi una sfida più creativa a Chiapas, per esempio, dove le iniziative preesistenti non erano numerose e Marta – in collaborazione con l’associazione The Labyrinth – aveva quindi individuato una serie di attività escursionistiche e laboratoriali (ad esempio artigianato e cucina) per permettere comunque la partecipazione attiva dei viaggiatori e la conoscenza del luogo da un punto di vista esperienziale e non solo nozionistico. C’è quindi una componente importante di creatività: non si può restringere l’itinerario alle sole attività specifiche per non vedenti, è importante trovare in ogni posto che si visita un taglio d’interesse, un dettaglio che sia narrativo, spaziale o sensoriale che permetta di restituire un po’ la complessità di ciò che si sta visitando, anche quando si tratta di attività convenzionali (la visita a un monumento famoso, una passeggiata per il centro cittadino…). Mi ricordo per esempio di quando siamo stati a Parigi, sulla Tour Eiffel, era un giorno particolarmente ventoso: una caratteristica molto particolare del fatto che ci si trovi a più di 300 metri di altezza, su una struttura di metallo leggero, è che - stando molto attenti - all’ultimo piano si sentiva leggermente oscillare la torre. Questo, oltre ad essere un evento interessante da far notare, può sicuramente rendere meglio l’idea che il viaggiatore può avere dello spazio in cui si trova. C’è bisogno quindi di un equilibrio tra le attività: abbiamo cura di mettere ogni volta che è possibile qualche esperienza laboratoriale, in cui si può creare qualcosa con le mani o il corpo, e di alternarla a parti più storiche e narrative. Infine, c’è tutta la parte logistica, legata poi alla creazione del budget: trasporti, biglietti, visite guidate, ingressi ai musei.


La schiuma della mareggiata si abbatte fra i colori caldi delle casette di pescatori a Boccadasse, Genova

A che aspetto dai più importanza quando organizzi un viaggio per non vedenti?

Il discorso di collaborazione con le realtà locali, con altre associazioni e guide del posto, è importante non solo per quanto detto prima riguardo al turismo responsabile, ma anche per il bisogno di spezzare la monotonia. L’avere una sola guida, ossia il proprio accompagnatore, essendo questi dei viaggi con una componente narrativa e descrittiva molto forte, può essere “noioso” per la persona che si sta accompagnando: il conoscere tante persone, quindi, aiuta ad avere una pluralità di stimoli che sarebbe difficile ottenere in altro modo, oltre a permettere di entrare in contatto con punti di vista ed esperienze differenti. Inoltre, una funzione molto importante, a mio parere, dell’associazione è quella di mettere in contatto le opportunità di accessibilità con l’utenza a cui queste sono rivolte: ultimamente, infatti, assistiamo a un maggiore interesse da parte delle istituzioni pubbliche verso le tematiche dell’accessibilità culturale per non vedenti o ipovedenti, ma ciò non corrisponde necessariamente a un’effettiva accessibilità fisica di questi luoghi alle persone con disabilità visive. La Girobussola, come altre associazioni che svolgono un lavoro simile, ha una funzione di raccordo tra eccellenze e realtà accessibili e il loro pubblico. Spesso queste attività sono atomizzate, isolate nel territorio, sono magari musei lontani in cui si sono destinati dei fondi per la creazione di un percorso tattile ma poi non hanno nessuno che li visiti. Ciò rischia di creare la percezione sbagliata che destinare fondi ad iniziative del genere sia inutile. Il fatto che noi facciamo conoscere queste strutture accessibili e vi accompagniamo i visitatori “target”, che non sempre da soli avrebbero la possibilità di andarci, rende davvero utili questi progetti e soprattutto realmente fruibili da tutti. Far conoscere, mettere in relazione e raccordare tutte queste esperienze presenti sul territorio con un’utenza è dunque fondamentale.

Cosa ti dà maggiore soddisfazione nel tuo lavoro?

Durante la preparazione del viaggio sicuramente il senso di scoperta, perché imparo sempre tantissime cose anche io. E poi dare un ordine, una narrazione, a una serie di esperienze che fra di loro sono sconnesse. È un entusiasmo però precoce, che viene poi surclassato da quello che sorge quando l’itinerario è confermato e quindi partirà. In seguito, quando si passa al momento del viaggio vero e proprio, ciò che mi rende davvero felice è la sensazione di essere stato utile, non solo per uno scopo puramente funzionale (comunque importante e dignitoso, ad esempio accompagnare qualcuno a compiere delle attività quotidiane come fare la spesa), ma utile per le capacità intrinseche che metto a disposizione, per essere riuscito a trasmettere una passione per la cultura, la storia e la natura. Il sapere di essere stato in grado di condividere con qualcuno in maniera significativa e profonda una curiosità, in maniera non scontata e non comune, è la mia più grande soddisfazione. In sostanza, mi piace vedere i viaggiatori contenti. Ma un’altra cosa a cui non posso assolutamente rinunciare del mio lavoro è quella di imparare nuovi modi per approcciarmi alle cose: da quando faccio questo lavoro sto imparando tanto, dai viaggiatori, dalle loro esperienze individuali, dagli altri progetti di accessibilità. Io credo poi che nei viaggi, soprattutto in quelli lunghi, si sviluppi una sorta di co-abilità: si trovano delle soluzioni originali e specifiche ai problemi che si incontrano nell’affrontare l’esperienza. In più, io ormai non riesco più ad avere un’esperienza estetica completa di un’opera tridimensionale o di una scultura senza toccarla. Tutto ciò per dire che lavorare in quest’ambito, affrontandolo con la giusta umiltà, permette di imparare tanto dalle persone con cui si viaggia: non sono solo io che sto portando loro un sapere e un aiuto, sono anche loro che mi stanno dando tanto nel conoscere il mondo diversamente. Per questo prima ho parlato di umiltà: bisogna essere predisposti all’ascolto, al cambiamento, anche perché si crea per forza di cose un contatto emotivo con chi accompagni. La predisposizione alla crescita fa parte integrante di questo lavoro ed è una delle cose che mi rende più fiero.